di Pierpaolo Paterno
Il pareggio di Castellammare non è un passo avanti: è un timido respiro dopo essere stati a lungo sott’acqua. Il Bari torna a muovere la classifica dopo due rovesci pesanti. Dopo Frosinone ed Empoli almeno la porta resta inviolata, dettaglio non banale per la seconda peggior difesa del campionato. Si è intravisto un Bari operaio, reso più compatto dall’occhio clinico di Vincenzo Vivarini, che ha capito subito dove scotta il ferro. Fine delle buone notizie.
Perché la squadra vista ieri non convince, né sul piano del gioco né su quello della mentalità. I numeri sono molto più eloquenti delle sensazioni: in 95 minuti, un solo tiro verso la porta, su punizione di Verreth. Una Juve Stabia che segna due volte – annullate – colpisce un palo, costruisce e affonda con troppa facilità, soprattutto nel primo tempo. Poi cala fisicamente e la partita si trascina. Il Bari non ne approfitta, perché semplicemente non ne ha.
Il possesso palla sotto il 40% racconta di un centrocampo che non filtra, non accende, non muove nulla. Solo contenimento, solo fatica, solo interdizione. Nessuna invenzione, nessuna verticalità, nessun guizzo. Una squadra che difende sistematicamente a cinque, forse terrorizzata dalla cinquina subita a Empoli, forse solo consapevole dei propri limiti tecnici. E nonostante ciò, rivedendo i due gol annullati alla squadra di Ignazio Abate, emergono gli stessi disastri tattici del Castellani: marcature sbagliate, distanze sballate, leggerezze da pieno panico. Non si cresce.
A preoccupare, poi, è il crollo di chi avrebbe dovuto trascinare: Castrovilli e Partipilo non incidono, non trascinano, non alzano il livello. Sono un peso, non un valore. E questo, in un gruppo già fragile, diventa un macigno.
Il dopo partita ha almeno un merito: nessuno scappa dai microfoni. Vivarini ribadisce l’appello all’unità, lo stesso già espresso in conferenza. Ma l’unità non si invoca: si costruisce. E il primo luogo dove manca è lo spogliatoio, come lui stesso ha ammesso parlando della disfatta di Empoli giocata “a livello individuale”. Come pretendere compattezza fuori, se dentro regna la frammentazione?
La società, poi, non aiuta. Non si percepisce apertura né dai dirigenti, né dal presidente. Nessuno sforzo reale per ricucire un rapporto che pende da mesi. Si invoca la vicinanza dei tifosi, ma sul caso del volo Ryanair – episodio grave, che mina la credibilità del gruppo – nessun richiamo pubblico. Un silenzio che pesa più di mille parole.
E ora arriva il crocevia contro il Pescara. Una sfida salvezza anticipata, delicata, da vincere senza rete di protezione. I tifosi resteranno fuori dal San Nicola dopo la manifestazione dell’8 dicembre. Una scelta civile, coerente, legittima. Ma che rende la situazione ancora più dura. Il Bari dovrà salvarsi da solo, almeno per una notte. E infine il mercato: non c’è tempo da perdere. Servono subito idee chiare, contatti veri, operazioni pronte per gennaio. Si può tirare avanti fino all’Avellino, ma poi bisogna farsi trovare pronti alla ripresa con la Carrarese. Perché questa rosa non basta, e non basterà. Il punto di Castellammare non è una ripartenza. È il minimo sindacale di un percorso ancora pieno di crepe. Servono coraggio, idee e responsabilità. E servono adesso.
foto sscbari