Evidentemente ci eravamo illusi. Pensavamo che il Bari avesse già conosciuto il punto più basso, che dopo una stagione da incubo fosse impossibile precipitare ancora. Ci sbagliavamo. Perché questa squadra, alla prima curva del nuovo campionato, riesce nell’impresa di farci capire che il peggio può sempre essere dietro l’angolo.
Il 3-0 di Barletta non è semplicemente una sconfitta. È una resa. È una prestazione che lascia senza alibi, senza attenuanti e persino senza troppe cose da commentare sul piano tattico. Il Barletta domina, gioca, corre, aggredisce, costruisce. Il Bari guarda. E quando una squadra non riesce nemmeno a tirare una volta nello specchio della porta in novanta minuti, il problema non è più il modulo, non sono più gli interpreti, non è più questione di episodi.
È questione di sostanza.
E di carattere.
Perché un derby si può anche perdere. Ma un derby non si può affrontare con quella faccia lì. Non si può scendere in campo come se fosse una partita qualunque, soprattutto dopo tutto quello che è accaduto negli ultimi mesi. Dopo una retrocessione, dopo la contestazione, dopo uno stadio che si è progressivamente svuotato di entusiasmo, dopo una piazza che chiede soltanto un motivo per tornare a credere.
Invece il Bari sembra rimasto negli spogliatoi. E questa è forse la cosa più inquietante.
La vittoria contro la Cavese aveva già lasciato più di una perplessità. Ma almeno c’erano i tre punti, quelli che spesso riescono a coprire le crepe. A Barletta, invece, le crepe sono diventate voragini. Il 3-0 restituisce brutalmente tutti i dubbi che qualcuno aveva provato a mettere da parte.
E adesso sarebbe persino inutile mettersi a discutere per ore delle scelte di Rastelli, del sistema di gioco, delle posizioni dei singoli. Certo, anche l’allenatore dovrà spiegare alcune cose. Ma prima ancora del calcio organizzato viene il calcio giocato. E prima ancora degli schemi viene la voglia di vincere un contrasto, di correre dietro all’avversario, di reagire a un gol subito.
Questa sera è mancato tutto.
Ed è proprio questo a fare paura.
Perché il Bari che abbiamo visto al Puttilli assomiglia terribilmente al Bari che abbiamo imparato a conoscere nella stagione precedente. Cambiano gli avversari, cambia la categoria, cambiano alcuni uomini, ma resta la sensazione di una squadra fragile, incompleta e incapace di trasmettere qualcosa.
La società continua a chiedere pazienza. Ma la pazienza, a Bari, non è infinita.
E soprattutto non può essere utilizzata come sostituto di una programmazione.
Se davvero si vuole evitare un’altra stagione di sofferenza, servono almeno quattro o cinque giocatori capaci di cambiare il volto di questa squadra. Non comparse. Non elementi da aggiungere alla lista. Calciatori veri, pronti, funzionali e soprattutto in grado di alzare immediatamente il livello della rosa.
Il problema è che il tempo corre e non è affatto scontato che questo mercato possa regalare al Bari tutto ciò che gli serve.
E allora il rischio è enorme: trasformare un campionato che avrebbe dovuto rappresentare l’immediata occasione per rialzarsi in un’altra lunga traversata nel deserto.
Con una differenza, però: questa volta potrebbe non esserci neppure la gente ad accompagnare il viaggio.
Perché i tifosi hanno già dato. Hanno protestato, disertato, aspettato. Hanno chiesto segnali. Hanno aspettato una squadra nella quale riconoscersi. E una sconfitta come quella di Barletta, in un derby, dopo una prestazione del genere, rischia di scavare ancora più profondamente il solco tra il Bari e la sua gente.
Il San Nicola vuoto non è una casualità. È il termometro di una fiducia ridotta ai minimi termini.
E qui torniamo al punto di partenza: quanto in basso deve ancora arrivare il Bari?
Questa disfatta è anche la fotografia più impietosa dei limiti di una gestione che continua a fare i conti con il macigno della multiproprietà. Una situazione che, piaccia o no, condiziona inevitabilmente ambizioni, strategie e percezione della piazza.
Non servono proclami. Non servono promesse.
Servono fatti.
Perché dopo una retrocessione si può sbagliare una partita. Si può sbagliare una scelta. Si può sbagliare un mercato.
Ma quando tutto sembra ripetersi, quando gli stessi fantasmi tornano puntualmente a presentarsi, allora non si può più parlare soltanto di sfortuna o di serata storta.
Il Bari non ha perso soltanto 3-0.
Ha perso un’altra fetta di credibilità.
E quella, purtroppo, non si ricompra negli ultimi giorni di mercato.
Povero Bari. Ancora una volta costretto a scavare nel fondo della propria storia, mentre la sua gente si domanda quando, finalmente, qualcuno inizierà a scavare nella direzione opposta.