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BARI, LA RECIDIVA FA PIU’ MALE DELLA MALATTIA

Non esistono sconfitte in cui si è fatto bene. Altrimenti non si perderebbe. A posteriori, dopo l’1-0 subìto ieri dal Bari in casa della Juve Stabia, resta solo da comprendere come e perché questo accada. E’ evidente che la sconfitta al Menti sia figlia di grossi errori di costruzione di una partita giochicchiata per scarsi 10′ con successiva uscita di scena e svariati arrabatti sparsi qua e là in attesa di una soluzione che non è mai arrivata.

Un dato è certo: si è trattato di un crollo generale e non individuale. Proprio come successe a Francavilla due settimane or sono. Lezione che, lo dicono i fatti, non è servita benché fosse un episodio temporalmente molto ravvicinato. E, quindi, fresco e ben stampato nella memoria dei calciatori. In sintesi, ciò che si vede in partita è sempre l’effetto di quanto si prepara in settimana. Per cui – se è vero come dice Mignani che si è fatto tutto poco e male – è direttamente logico che nei giorni precedenti si è fatto altrettanto poco e male.

Di contro, una squadra forte (o sedicente tale) dovrebbe essere in grado di andare oltre il singolo episodio negativo che fisiologicamente può capitare in 90′. Soprattutto se ce ne sono altri 50 da giocare. Arco temporale più che sufficiente per non giustificare il fatto che ieri si sia tirato – più o meno – nello specchio della porta avversaria per appena due volte.

Per tutti, Castellammare ha messo in vetrina un calo fisico collettivo, una scarica emotiva generale. Insomma, un Bari spompato di fronte ad avversari – pure molto modesti come la Juve Stabia – che ormai ti hanno preso le misure. Un suicidio inspiegabile con tutto il materiale umano di cui dispone Mignani. Ampio parco giocatori che tuttavia non deve creare l’alibi per cambiare – se non stravolgere – sistematicamente l’assetto tecnico-tattico ogni sette giorni. Squalifiche e infortuni a parte, è controproducente variare troppo sul tema quando a leggere lo spartito sono interpreti arraffati in mezzo al campo in maniera anarchica e solistica e dove la resa finale assomiglia a tutto fuorché ad una musica orchestrale. Contesto globale nel quale è superfluo soffermarsi sui singoli componenti. Anche se il pomeriggio in Campania ha detto che l’Antenucci ammirato col Catanzaro è stato solo un fuoco di paglia. E che in questo Bari, nonostante l’abbondanza di nomi e uomini, probabilmente manca un bomber di razza che ti assicuri – in maniera costante – un rendimento importante sotto rete. Oppure che una difesa così composta, al netto dell’assenza di Di Cesare, non trasmette tutte quelle certezze e rassicurazioni che servirebbero per ambire al top. Ma certe questioni è giusto delegarle al ds Polito che in fatto di competenza e occhio lungo non è inferiore a nessuno.

La sconfitta al Menti è il terzo indizio che fa la prova, unito al secondo tempo calante contro il Foggia e allo stop di Francavilla. Nel mezzo, il sussulto d’orgoglio col Catanzaro. In realtà, è dalla decima giornata di campionato (4 punti in 4 partite: una media da bassifondi) che il Bari pare abbia tirato il freno a mano. E’ già finito il carburante? Scarseggiano le idee? Sono esaurite le motivazioni? Si è scaricato l’entusiasmo iniziale come ha detto ieri Pucino?

Il “canto” di Polito dopo Francavilla probabilmente non è risuonato bene a chi di dovere. Per questo, la recidiva di Castellammare fa più male del malessere visto a Francavilla solo quindici giorni prima. Queste ricadute, questi sbalzi umorali non lasciano presagire nulla di buono. Servono altre medicine che i soggetti direttamente in causa, dal mister ai calciatori, hanno l’obbligo di individuare al più presto. All’orizzonte, ci sono tre sfide – sulla carta abbordabili come lo era quella di ieri – in cui un Bari che dice di sognare in grande deve “semplicemente” capitalizzare il massimo di punti e risultati.

FOTO Ssc Bari

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