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BARI, IL CALCIO RIDOTTO A SOPRAVVIVENZA: IL VERO TRADIMENTO E’ L’INDIFFERENZA

di Pierpaolo Paterno

C’è un momento in cui una città smette di illudersi e apre gli occhi. A Bari quel momento è arrivato: il calcio non sta crollando, è già crollato. Non è un lento declino, è un decesso certificato. E quello che ferisce davvero non è la debolezza della squadra, ma il gelo assoluto di chi dovrebbe guidarla. Una società che si chiude nel silenzio, che evita di assumersi responsabilità, che si comporta come se tutto questo non la riguardasse.

La scena più dolorosa l’hanno offerta i tifosi. Quelli che non mollano mai, quelli che hanno sopportato anni di delusioni, ieri erano stanchi al punto da non trovare nemmeno la rabbia. Ed è terribile che una piazza così viva venga portata all’apatia, come se fosse normale accettare una squadra spenta, una dirigenza fantasma e un progetto che non esiste. Il punto è che Bari, oggi, sembra trattata come un obbligo da gestire il minimo indispensabile. Una seconda squadra nel senso più crudele del termine: non l’alternativa, ma il ripiego. Bari come investimento collaterale, la casella da non lasciare vuota. E questo traspare da tutto: dalla comunicazione inesistente, dalla presenza pubblica rasente lo zero, da un presidente che non rappresenta, non spiega, non dialoga. Vedere tanto distacco fa capire quanto enorme fosse la differenza con chi, in passato, questa maglia l’ha protetta come fosse parte di sé.

Il campo, poi, completa l’opera. La sfida contro il Frosinone non è stata solo una brutta partita. E’ stata l’immagine tecnica di un fallimento. Una squadra incapace di costruire, di reagire, persino di opporsi. Subire quasi trenta conclusioni non è un dettaglio statistico, ma il simbolo di un gruppo senza anima, senza struttura, senza un minimo di orgoglio professionale. A osservare certi interpreti, torna alla mente chi quella maglia la onorava davvero, e il confronto è impietoso.

Anche a livello dirigenziale, il quadro è grigio. Le figure chiamate a costruire e gestire la squadra sembrano spaesate, come se svolgessero un compito che non sentono proprio. L’impressione è che tutto sia impostato al ribasso. Non crescere, non competere, non disturbare. Basta rimanere lì, nella zona medio bassa della classifica, senza disturbare il piano principale della proprietà. Una filosofia piatta, che produce quello che si vede ogni settimana. Cioè, una rosa assortita male, un progetto inesistente, una barca che galleggia senza una rotta. E allora sì, ciò che fa più male non è perdere una partita. È capire che, per chi comanda, tutto questo va bene così. E questo è il vero tradimento verso la storia biancorossa.

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