di Pierpaolo Paterno
C’è un momento, nella lunga agonia di un malato, in cui si smette di sperare nel miracolo e si prende atto della morte. A Bari quel momento è arrivato. E non lo dice la statistica, non lo racconta soltanto l’ennesima classifica sanguinosa della serie B. Lo si respira, amaramente, ogni sabato sera, tra i sedili ormai muti del San Nicola. Il calcio a Bari, oggi, è un deserto. E chi avrebbe dovuto custodirne la linfa vitale ha invece spento l’interruttore.
Il responsabile ha un nome e un cognome collettivo: Filmauro. Con l’aggiunta, non secondaria, di una famiglia imprenditoriale che altrove si mostra lucida e spietatamente efficace, ma che in Puglia sembra aver perso bussola, volontà e perfino rispetto. I De Laurentiis, a Bari, hanno smesso da tempo di guidare. Ora trascinano la carcassa del progetto come un relitto al traino.
Che la squadra sia sprofondata non è una sorpresa per chi non ha vissuto in letargo negli ultimi mesi. Il crollo è stato lungo, doloroso, scandito da segnali inequivocabili: prestazioni incolori, mercato inesistente, scollamento con la tifoseria, incapacità manageriali evidenti. Di fronte a un paziente in arresto cardiaco, il club ha scelto di non intervenire, come se l’esito fosse irrilevante o – peggio – dovuto. Il silenzio societario è un oltraggio, non solo sportivo.
L’immobilismo, persino nel cuore del mercato di gennaio, grida allo scandalo. È come assistere al naufragio assistito di una nave condannata: nessuno al timone, nessun mayday, nessuna manovra d’emergenza. E ora si discute perfino dell’allenatore, un Vincenzo Vivarini che ieri ha avuto il pudore di salutare la stampa quasi fosse già un ex, immerso nel gelo di una società assente. Longo? Difficile convincere un tecnico credibile a imbarcarsi su una zattera con le tavole già marce. Guido Pagliuca? D’Angelo? Suggestioni vuote, perché qui non servono nomi: servono idee, guida, visione. Tutte cose che mancano in maniera macroscopica.
E quando si cerca l’origine del disastro, il dito non deve tremare. Il problema è la regia sportiva. Una coppia di dirigenti, Magalini e Di Cesare, totalmente fuori misura rispetto alla necessità drammatica del momento. L’incapacità di leggere il tracollo e di intervenire, dopo la vergognosa débâcle di Empoli, avrebbe imposto un cambio immediato. Invece sono rimasti: testimoni e coautori, più che soluzioni. E ogni giorno in più è stato un passo verso il baratro.
La prospettiva della retrocessione non è più un incubo remoto. È uno scenario concreto, quasi probabile. E mentre la città, una piazza storica e passionale come poche, annega, chi dovrebbe difenderla resta a guardare. Bari non merita tutto questo. Il Bari non è un giocattolo aziendale da accantonare, non è un laboratorio sperimentale per dilettanti di passaggio, non è un capitolo secondario del bilancio di qualcuno.
Se la Filmauro non intende cambiare passo, investire, assumersi responsabilità e ricucire una ferita devastante, abbia almeno l’onestà di lasciare. Perché questa deriva non è solo sportiva: è identitaria, culturale, civile. A Bari il calcio non è spettacolo marginale. È memoria collettiva, è orgoglio, è patrimonio. E lasciarlo morire così, nel silenzio colpevole degli amministratori, è un tradimento difficile da perdonare.
Il tempo è scaduto. Servono risposte, decisioni vere, una direzione chiara. Altrimenti la lapide è già pronta. E l’epitaffio non potrebbe essere più amaro: qui giace ciò che fu la squadra di una città, abbandonata da chi la avrebbe dovuta proteggere.