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BARI, LA VITTORIA DI CESENA COME LINEA DI CONFINE?

di Pierpaolo Paterno

Cesena non è stata una semplice vittoria. È stata una botta di vita. Per la squadra, per l’ambiente, per una stagione che rischiava di scivolare in una palude psicologica prima ancora che tecnica. Ottantatré giorni dopo l’ultima gioia in campionato, e 336 giorni dopo l’ultimo successo esterno, il Bari torna a vincere fuori casa e lo fa in un modo che pesa più del risultato: con anima, con tenuta, con un’idea finalmente riconoscibile di squadra.

Questa non è una vittoria piovuta dal cielo, come altre in passato. Al di là della superiorità territoriale del Cesena, il Bari ha dato segnali nuovi e importanti: una squadra viva, che non si è sbriciolata dopo il pareggio, che non ha perso compattezza, che non è crollata mentalmente come troppe volte visto negli ultimi mesi. Ha sofferto, sì, ma da squadra. E questa, oggi, è già una notizia.

Senza nulla togliere a Vivarini, il confronto è inevitabile. Prima il Bari appariva spesso piatto, senza energia, quasi svuotato. Ieri, invece, in appena 97 minuti, si è capito che si sono gettati via due mesi di lavoro. Non è una provocazione, è una constatazione. Perché l’atteggiamento, prima ancora dei moduli, racconta sempre la verità. Finalmente Rao. Finalmente un po’ di fantasia, di coraggio, di spregiudicatezza. I giovani vanno fatti giocare, non celebrati a parole. E quando giocano, spesso dimostrano di avere ciò che mancava: leggerezza e fame. E, poi, riecco Moncini che da centravanti puro, come ai vecchi tempi, si fa riferimento con mestiere e concretezza. Oltre alla sorpresa Nikolaou. Quando tutto deve andare nel verso giusto. E sì, gli episodi sono girati dalla parte del Bari. Ma fino a una settimana fa, probabilmente, non sarebbe successo. Anche questo è un segnale. La fortuna spesso segue chi dà l’idea di volerla meritare. C’è poi un dettaglio che dice molto del lavoro di un allenatore. La gestione del gruppo, compresi gli esclusi. Anche quello costruisce una squadra, non solo una formazione.

Il rigore Frabotta-Gytkjaer? Nel calcio moderno, resta un mistero come non possa essere considerato tale. Ma oggi non è il giorno delle recriminazioni. Oggi è il giorno dei sorrisi. Veri. Meritati. Quasi liberatori. Il Bari ha vinto lottando e soffrendo da squadra, con quel pizzico di fortuna che nel calcio, come nella vita, non è mai un dettaglio. E l’abbraccio finale con i tifosi racconta forse la cosa più bella: la maturità del pubblico di Bari, capace di capire i momenti, di applaudire, di stringersi attorno a chi dà segnali chiari di attaccamento e sacrificio.

La lezione di Cesena è durissima: si sono buttati due mesi al vento. Longo andava richiamato prima, creando subito quelle condizioni che oggi appaiono evidenti a tutti. Non serve girarci attorno. Postilla sulle parole dell’allenatore: “Quanto programmato sul mercato non deve cambiare di una virgola”. Esatto. Perché una vittoria, anche così importante, non può e non deve cancellare le lacune strutturali. Postilla bis, che poi è una linea guida. I giovani facciamoli giocare davvero. Non per moda. Per necessità. Per coraggio. Perché, a volte, sono proprio loro a ricordarti che il calcio è anche istinto, faccia tosta e voglia di prendersi il pallone quando pesa. Cesena, allora, non è solo una vittoria. È una linea di confine. Sta al Bari decidere se farne un punto di svolta o solo una parentesi. Ma una cosa è certa: da qui in poi, nessuno potrà più far finta di non aver capito.

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