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BARI NEL BARATRO, LONGO NON SI ARRENDE: NON ALZO BANDIERA BIANCA, FA MOLTO MALE

Moreno Longo arriva davanti ai microfoni con un’espressione segnata, quasi svuotata. Il tono è basso, lo sguardo tradisce la consapevolezza del momento. Accanto a lui siede Valerio Di Cesare, presenza silenziosa ma significativa. Il direttore sportivo ascolta senza intervenire, osserva, lascia che sia il tecnico ad assumersi il peso delle responsabilità.

“Della partita c’è poco da dire – attacca Longo – se non scusarsi per la prestazione non in linea con le aspettative”. Non cerca attenuanti, non prova a spostare l’attenzione altrove. È una presa di posizione netta, severa, che certifica la gravità della situazione. Il Bari non offre risposte, non mostra reazione, si spegne sotto il peso delle proprie paure. La squadra appare incapace di opporsi al proprio destino, prigioniera di una fragilità che emerge con brutalità.

“Speravo di toccare le corde giuste della squadra. Devi avere la forza di ripartire. Capisco lo scoramento. Molti ci vedono morti. Dobbiamo avere la forza di non mollare”. Le parole raccontano il tentativo, finora vano, di riaccendere una scintilla. Longo prova a entrare nella mente dei suoi giocatori, a scuoterli, a restituire loro fiducia. Ma la realtà è più dura. Il campo restituisce una squadra smarrita, incapace di reagire alle difficoltà. Eppure, il tecnico non si arrende. “Siamo a due punti dai playout e a quattro dalla salvezza. Finché la matematica non ci condanna, dobbiamo lottare e trovare il modo per risolvere la situazione. Non abbiamo altre strade. Non possiamo fare altrimenti. Io non alzo bandiera bianca. Non è nel mio dna”.

È una dichiarazione di orgoglio, ma anche un atto di resistenza. Perché ciò che emerge con chiarezza è il senso di smarrimento che avvolge il gruppo. “Se guardiamo la prestazione è giusto non vedere la luce in fondo al tunnel”. È una frase che pesa, che descrive una realtà dura da accettare. Il Bari perde consistenza, perde convinzione, perde la capacità di opporsi agli eventi.

Longo si aggrappa alla propria esperienza per tenere viva la speranza. “Nel calcio ne ho viste di tutti i colori. Non mi spaventa nulla. Ho visto ribaltare anche situazioni impensabili. Dobbiamo perseverare imperterriti per il cambio di rotta”. È il tentativo di opporre la forza della volontà a una realtà che sembra scivolare via.

Il discorso si sposta poi sulle lacune strutturali. “Condivido, ma parlare ancora di quello che poteva essere può diventare fuorviante. Abbiamo provato con tanti altri giocatori. Alcuni non sono voluti venire. Quello che è stato fatto è stato fatto”. È una presa d’atto amara. Il Bari si presenta incompleto, vulnerabile, incapace di reggere l’urto delle difficoltà. Le scelte, le occasioni mancate, le trattative sfumate pesano oggi come macigni.

Ma il nodo più profondo è mentale. “Siamo i primi a volere cambiare le cose. Da noi è lavoro. E’ uno dei problemi che abbiamo. Nel secondo tempo di oggi, siamo usciti praticamente dal campo”. È una confessione durissima. Non è solo una questione tecnica, ma una resa psicologica. Il Bari si dissolve, smette di lottare, perde la propria identità. “Mi chiedo se il problema sia più tecnico o mentale”. È una domanda che riflette tutta l’incertezza del momento.

Il dolore del tecnico è autentico, evidente. “E’ un dispiacere sapere che i tifosi sono delusi. Mi spiace per la contestazione dei tifosi. Ma dei nostri tifosi abbiamo bisogno. Mi auguro di essere bravo io e i giocatori a riavvicinarli”. È il riconoscimento di una frattura profonda con la città, di una fiducia che si sgretola partita dopo partita. “Mi fa estremamente male trovarmi in questa situazione. Provo anche un dolore fisico. Non è una passeggiata. Ho una responsabilità enorme. Fa molto male”.

Sono parole che non nascondono nulla. Raccontano il peso di una responsabilità che schiaccia, la solitudine di chi resta al comando mentre tutto vacilla. Anche le scelte tecniche diventano oggetto di discussione. “Possono anche essere sbagliate, ma c’è sempre un ragionamento dietro”. È la difesa di una coerenza che però il campo non premia.

Il Bari resta sospeso in una dimensione fragile, senza certezze, senza appigli. Longo non si tira indietro, non arretra, non rinuncia. Ma la realtà resta impietosa. Il tempo scorre, e ogni partita che passa rende il confine tra speranza e caduta sempre più sottile.

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