BARI – Lucido e analitico, Moreno Longo approfondisce lo stato presente del Bari che – da penultimo della classe – sabato farà visita al Padova. Un altro passaggio chiave per sperare in una svolta mai arrivata dopo 25 partite in cui i biancorossi sembrano aver perso la bussola che conduce alla salvezza. La sfida dell’Euganeo mette il tecnico e i Galetti di fronte al solito bivio tra morte e sopravvivenza. Con la speranza di trovare l’ossigeno per affrontare la prima delle ultime tredici battaglie con lo spirito di chi ha ancora voglia e forze per non arrendersi: “Spero che la squadra abbia sofferto e sia stata male per la sconfitta col Sudtirol – attacca -. Solo patendola e provando dolore, riesci dopo ad avere una reazione. Quello che mi aspetto è che i calciatori l’abbiano patita per trasformare quel dolore in un altro tipo di prestazione”.
La soluzione proposta al gruppo: “Non possiamo mollare di un centimetro, anche quando si vede tutto nero. Si dà il Bari già per retrocesso, senza speranze. Dobbiamo invece persistere e perseverare. I playout sono a meno due. La salvezza a quattro. Serve trovare le forze per centrare l’obiettivo. Mi focalizzo per far diventare il Bari una squadra. Perché non lo è. Cerco equilibri tattici e di spogliatoio. Devo formare una squadra. Siamo un gruppo senza identità precisa, in cui tutti pensano allo stesso modo. Quando in campo si pensa singolarmente, arriva la sensazione di disgregazione. E tempo non ce n’è”.
Longo non è a Bari per un pezzo di carta: “Non mollo nelle problematiche per la mia testardaggine di voler cambiare le cose. Prendersi le responsabilità è sempre la strada giusta. Fare un passo indietro significa lavarsene le mani. E io non voglio. Mi sento tutto addosso”. Come si prepara la sfida al Padova: “Curiamo ogni aspetto. Mentale e tecnico-tattico. Ai ragazzi chiedo di metterci un pezzettino di proprio. Il nostro tutto non basta. Bisogna mettere in campo anche le letture singole delle situazioni, dove non ci sono altri che possono gestire. Ci sono dinamiche in cui il calciatore deve prendersi delle responsabilità. Non va bene il compitino”. Sembra che nella squadra manchino dei leader: “Inutile elencare oggi quello che manca. La fascia di capitano a Dorval? Era quello con più militanza. La fascia da capitano non è fondamentale per esprimere la leadership. Ognuno può essere capitano con le proprie caratteristiche. Quello che conta è chi aiuta la squadra in qualsiasi modo. Dalla prossima partita cambieremo”.
“Quando non hai una identità precisa, ricerchi equilibrio nelle due fasi. Altrimenti, la coperta sembra corta. Ribadisco, prima di tutto devi diventare una squadra. Si deve entrare in campo con una solidità mentale diversa. Poi, parliamo del resto”, continua Longo. La scelta dei giocatori da mandare in campo prescinde dalle qualità tecniche. Conta altro, magari già da Padova: “Non guardo carte d’identità o curriculum. Metto dentro chi mi dà delle sensazioni in settimana. Anche se non basta. Quello che diciamo non conta più. Vale quello che facciamo. Fosse per me, eviterei di fare conferenze stampa. Non vendo fumo e pensieri. Lascerei solo più spazio a ciò che c’è da fare”. Il mercato non ha portato quanto era nelle aspettative: “A fine gennaio, o si incastra tutto subito o fatichi a trovare l’equilibrio quando cambi così tanto. I nuovi stanno cercando di integrarsi in fretta. Si nota la loro diversità. Il gruppo storico deve darci una mano importante, fare il cambiamento per essere competitivi nei 90 minuti”. Sono cambiati tre allenatori e tanti giocatori. Ma i risultati restano gli stessi. L’aspetto della personalità e dell’esperienza incide: “La valutazione ci può stare se non cambia troppo gli equilibri di una partita. Tutto deve avere una logica, come un fuori ruolo per un approccio più solido. Però, servono le caratteristiche per fare certe cose per non compromettere la fisionomia di gioco. A volte serve l’esperienza. Altre la spensieratezza del più giovane. Due combinazioni da integrare”.
C’è un piano salvezza? “In questo momento, no. Ora conta solo la prossima partita di Padova. Guardiamo solo l’immediato. Non serve fare tabelle di marcia”. La convivenza di Moncini e Gytkjaer è fattibile? “Possono trovare il modo di coesistere. Vanno fatte delle scelte, per mettere in campo anche gli altri nelle posizioni giuste per esprimersi meglio. Con le due punte, ad esempio, Rao dovrebbe lavorare con due punte. Non si può giocare sempre con due attaccanti”.
Pesano anche la scarsa condizione atletica e l’anemia offensiva: “Quando metti dentro undici nuovi giocatori e cambi tre allenatori – conclude Longo – rende logico il fatto di non essere squadra. Non veniamo neanche da un mese normale. Ma di tanti turni infrasettimanali, a fronte di una decina di allenamenti pieni. Questa è la vera difficoltà. Sapevo di ritrovarmi in questa dinamica. Il centrocampo a tre? Un’opportunità da valutare nell’ottica di far giocare due attaccanti e senza trequartista. Ma non mi fossilizzerei su questo. Quanto sul mettere dentro i mattoni per alzare il livello della prestazione e portare verso il risultato con una percentuale più alta. Il Padova ha una forte identità, viene da un campionato vinto e gioca a memoria. Non ha individualità di spicco, ma è un insieme di giocatori che funziona. La B non è solo curriculum. Sappiamo che partita ci aspetta. Loro vorranno eliminarci dalla lotta”.