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BARI, UN DISASTRO SENZA ALIBI

di Pierpaolo Paterno

C’è un momento, nelle stagioni sportive più amare, in cui diventa inutile continuare a cercare spiegazioni. Le attenuanti finiscono, le analisi tecniche smettono di avere senso e resta soltanto una realtà nuda e brutale. La realtà è che il Bari non ha mai dato, nemmeno per un istante, la sensazione di voler davvero invertire la rotta.

Qualsiasi epilogo diverso da una mesta retrocessione all’ultimo posto, a questo punto, apparirebbe quasi immeritato. Non per fatalismo, ma per ciò che si è visto in campo lungo mesi di prestazioni vuote, prive di carattere e di qualsiasi traccia di identità.

Persino le due vittorie consecutive con Empoli e Sampdoria che avevano illuso qualcuno sono state poco più che un abbaglio. Episodi fortunati, partite scivolate dalla parte giusta senza che vi fosse un reale segnale di crescita. Non il gioco, non l’orgoglio, non la personalità. Solo circostanze favorevoli.

Quella di ieri a Pescara, dunque, non è stata soltanto una sconfitta. È stata l’ennesima, impietosa conferma di una deriva che dura da troppo tempo. In campo si è vista una squadra disordinata, fragile, incapace di reagire alle difficoltà. Un gruppo che ha dato la sensazione di vivere questa stagione con un distacco quasi irritante, come se tutto ciò che accade attorno fosse un dettaglio trascurabile.

Nel calcio si può perdere. Succede a tutti. Si possono sbagliare scelte, si può attraversare un’annata storta, si possono pagare errori di programmazione. Ma c’è una cosa che non dovrebbe mai venire meno: la dignità.

Ed è proprio la dignità l’elemento che più di ogni altro è mancato lungo questo interminabile calvario. È mancata nelle prestazioni svuotate di anima, nelle partite affrontate senza il minimo senso d’urgenza, nella totale assenza di reazioni anche quando la classifica ha iniziato a trasformarsi in un baratro.

Nemmeno adesso, con il precipizio a pochi passi, si è visto uno scatto d’orgoglio. Nemmeno un tentativo disperato di aggrapparsi alla stagione. Solo l’ennesima serata grigia, l’ennesima prestazione senza rabbia, senza cuore, senza identità.

E allora la verità, per quanto scomoda, è che gli unici a essersi ostinati a credere in qualcosa siano stati solo i tifosi. Quelli che hanno continuato a investire tempo, passione e speranza dietro a una squadra che raramente ha restituito qualcosa in cambio.

Tra qualche mese molti protagonisti di questo disastro cambieranno maglia, città, contratto. Volteranno pagina con la leggerezza di chi considera il calcio soltanto una tappa professionale. Qui, invece, resteranno le macerie. Macerie sportive, ma anche morali.

Perché una retrocessione in Serie C, nelle condizioni in cui è stata costruita questa stagione fallimentare, rischia di lasciare ferite profonde. E immaginare una pronta risalita, senza un cambio radicale di mentalità e di responsabilità, assomiglia più a un esercizio di fantasia che a un progetto realistico.

Forse, a questo punto, è arrivato il momento di prendere atto della situazione e smettere di inseguire illusioni. Chi ha il dovere di guidare questa società faccia finalmente i conti con ciò che ha prodotto.

Ai giocatori resta almeno un’ultima possibilità: dimostrare che sotto quelle maglie esiste ancora un briciolo di rispetto. Perché il nome di Bari, e i suoi colori, meritano molto di più di questo spettacolo.

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