Brenno Oliveira Fraga Costa, Alessandro Farroni e Marco Pissardo. Sono loro i granatieri chiamati a difendere la porta del Bari. Con una piccola gerarchia dettata dai minuti sinora all’attivo. Il numero uno 24enne brasiliano (nato a San Paolo il 1 aprile 1999) – sembra attualmente essere preferito ai due compagni di reparto. Farroni (Spoleto, 20 settembre 1997) e Pissardo (Verbania, 8 gennaio 1998) rappresentano – per ora – due valide alternative e fanno il tifo per Brenno.
“La parata più bella fatta sinora – attacca Brenno – quella di sabato scorso contro l’Ascoli, sul colpo di testa di Di Tacchio dal calcio d’angolo. Quella che voglio dimenticare è la palla persa all’inizio della prima partita contro il Palermo. La miglior prestazione penso di averla disputata a Cremona. Meno bene col Pisa”.
“Al Gremio – continua – non ho più giocato per problemi con l’allenatore. È sempre stato un sogno giocare in Europa e quando è sorta la possibilità di venire a Bari sono stato felice. Parliamo di una piazza importante in Italia. Per me è importante giocare qui, conoscere un’altra cultura, un altro Paese. Anche la mia famiglia è felice di trovarsi qui. Non so perché sia durata tanto la trattativa per portarmi a Bari. Da quando sapevo dell’interesse del Bari ho sempre detto che volevo il Bari, il mio procuratore stava conducendo il dialogo. Ora mi sento meglio, sono più inserito in Italia, con i compagni e parlo meglio nella lingua. All’inizio non è stato facile per le difficoltà con la lingua diversa. Ho parlato con Henrique del Sassuolo, che mi ha consigliato di ascoltare la radio in macchina, per apprendere più velocemente l’italiano. Faccio così ogni giorno quando vado al campo di allenamento. Sul piano tecnico, devo migliorare nelle uscite”.
Il perfezionamento della lingua non è l’unico obiettivo: “Voglio migliorare ogni giorno, fare sempre meglio nelle difficoltà e aiutare la mia squadra in tutte le partite. Vedremo cosa succederà in futuro. Vorrei una carriera europea. Parlare italiano è troppo importante per sentirmi più sicuro tra i pali. All’inizio volevo dire qualcosa e dovevo parlare in portoghese. Ora va molto meglio, perché riesco a farmi capire dai miei compagni. Le mie origini italiane risalgono al nonno paterno. Era di Cadeldbosco di Sopra”. Il peso della responsabilità legata all’eredità di Caprile: “Avverto la responsabilità di fare il portiere a Bari. Per questo volevo imparare il più veloce possibile la lingua, perché questa è la cosa più importante per un portiere”. Da Sorocaba, alle porte di San Paolo, a Bari. Il quadro – anche ambientale – non è così differente: “Puglia e Brasile sono due terre con tanti aspetti in comune. La Puglia è una regione che è simile al mio Paese, questo mi sta aiutando ad ambientarmi meglio. Per esempio siamo a novembre e non ho bisogno di felpa”.
Farroni ed il peso delle gerarchie: “Il mio – confessa il portiere giunto in prestito il 1 settembre dalla Vis Pesaro – è un ruolo delicato. È impossibile sperare che Brenno si faccia male. Dobbiamo essere bravi ad allenarci bene e a farci trovare pronti. Dopo il percorso che ho fatto, avere l’opportunità di potermi cimentare in serie B, e con questi compagni, sarà molto importante dal punto di vista del bagaglio”.
Stessa situazione per Marco Pissardo, approdato a Bari da svincolato il 6 settembre dopo la precedente parentesi di Novara (“Parentesi sulla quale preferisco non esprimermi”): “Quando sono venuto a Bari sapevo quale sarebbe stato il mio ruolo. Quando e se ci sarà l’opportunità la coglierò, allenandomi al meglio. Le mie espulsioni in carriera? Peccati di gioventù, che non si possono giustificare, ma negli ultimi anni mi sono calmato moltissimo. Bari è un’esperienza nuova, ho fatto sempre la Lega Pro. Non potevo lasciarmi scappare questa occasione e la serie B. É una sfida che ho rincorso, a prescindere dal ruolo che avrei ricoperto in rosa”. Sulla trattativa: “Ho detto subito sì, ero fuori dal progetto tecnico del Novara”. E le giovanili all’Inter: “Mi hanno aiutato, ma per esplodere devi essere un top player, da Inter. A volte però giocare in squadre meno blasonate aiuta ad emergere. Non ho rimpianti. Ho sempre cercato di dare il massimo, sicuramente qualcosa ho sbagliato nelle decisioni”.
