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CAMPIONI D’EUROPA / SUPER ITALIA PLASMATA DA MANCINI: POCHE FIRME, MENTALITA’ VINCENTE

di Pierpaolo Paterno
L’Italia che non ti aspetti, ma che nel tuo cuore hai sempre sognato. L’Italia semplice, concreta ma al contempo anche spettacolare e quel che conta vincente. 11 luglio 2021: il cielo di Europa si tinge d’azzurro. La tinta più bella sulla tavola dei colori a disposizione di Roberto Mancini e del suo staff. Un ventaglio di possibilità fatto di calciatori dalla facce pulite, persino dai nomi a qualcuno sconosciuti.
A Wembley, palcoscenico della finalissima di Euro 2020 contro i padroni di casa (si fa per dire) senza convenevoli dell’Inghilterra, l’Italia “piccole firme” ci mette sangue, sudore e amore salendo sul tetto più alto del torneo all’ultimo centimetro. Quello dei calci di rigore dove qualcuno fa cilecca – ed è persino normale in un contesto “umano” (perché sbagliare lo è) – e qualcun altro – come il para tutto Donnarumma – pronto a sfoggiare poteri e bravura tanto da meritarsi lo scettro di migliore calciatore del campionato.
A Wembley vince l’Italia dei Di Lorenzo, dei Pessina, dei Locatelli, dei Berardi, degli Emerson, di Spinazzola (che c’è anche quando non dovrebbe più esserci per via dell’infortunio dalla gara col Belgio). E, ancora di Belotti, Barella, Jorginho, Bernardeschi, Insigne, Immobile e di alcuni stratosferici trascinatori come Chiesa, Bonucci e Chiellini. A loro sì che ci inginocchiamo. Senza retoriche e la falsa – oltre che stucchevole – presunzione britannica di aver vinto ancora prima di giocare.
Non serve inginocchiarsi contro il razzismo se si fischia l’inno nazionale della squadra avversaria, se si toglie dal collo la medaglia del secondo posto durante la cerimonia di premiazione (gesto altamente diseducativo sul piano sportivo, didattico ed esistenziale) e si picchiano a calci e pugni fuori dallo stadio i tifosi della squadra campione intenti a festeggiare. Nel calcio, come nella vita, per vincere contano la mentalità ed una certa cultura: quella del sacrificio, del lavoro e del rispetto altrui. Tutti valori che Roberto Mancini, il vero artefice di questo straordinario trionfo europeo che torna in Italia dopo 53 anni di assenza, ha saputo integrare con una pedagogia del gruppo da maestro fuori e dentro il campo e lo spogliatoio. Emblema di una compattezza di squadra, coesione e volontà ferrea di arrivare in fondo trasferiti dal tecnico – uomo di fede e di tradizione (vedi il rapporto di amicizia con Gianluca Vialli, altra fortissima spinta emotivo-motivazionale) – all’ultimo dei componenti dell’organico.
Grazie mister. Grazie ragazzi. Di tutto questo, il calcio italiano e l’Italia intera, quel Paese deturpato e calpestato da una pandemia mondiale, ne aveva davvero tanto bisogno. Al di là dei significativi introiti e delle risorse che ora pioveranno nelle casse del sistema. Il titolo europeo sarà per sempre il simbolo di un’Italia che rinasce nel segno del Dio pallone accarezzato dai costruttori di un sogno diventato realtà.
foto Il Messaggero

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