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L’EDITORIALE / BARI, I SEGNALI DA NON SOTTACERE DOPO LA PARTITA DI COPPA

di Pierpaolo Paterno

Partiamo subìto da una premessa. L’eliminazione dalla Coppa di C e la sconfitta di ieri ad opera della Fidelis Andria non forniscono elementi probanti per valutazioni complete. Servono calma e gesso per non fare il gioco dei detrattori. Restano, tuttavia, contenuti da prendere in esame. Con serenità, ma obiettività.
Il primo è che a questo Bari manchi almeno un poker di elementi a cui affidare delle maglie titolari in sostituzione di alcuni giocatori visti all’opera con i biancazzurri. Se per ovvie ragioni non lo fa – pubblicamente – Mignani, è giusto che qualcun altro dica che – negli interpreti – la difesa merita un restyling deciso. Alcune presenze ed alcuni errori oratoriali (vero Sabbione?) diventano ormai inaccettabili. Che si metta una pezza nelle prossime ore dal mercato. La falla è troppo voraginosa per non colmarla.
Senza affibbiare colpe a nessuno, è impensabile inoltre che due giocatori come Scavone e Bianco possano rappresentare la prima scelta del centrocampo di una squadra intenzionata a vincere. Uomini di esperienza, ma ormai non più con quella benzina nelle gambe per mettere fuoco ad un reparto che necessita di cambi di passo, accelerazioni. In quel fazzoletto di campo, tra la mediana e la trequarti, servono per esempio lo sprint e la qualità che uno alla Botta (giusto per citare il primo visto all’opera) può garantire. Giocatore argentino che, preparazione domestica a parte, ha già dimostrato di essere una spanna sugli altri in fatto di dotazioni tecniche e volontà. Idem per Cheddira: tanti centimetri e valori da sfoggiare, come sciorinato nei pochi minuti giocati contro la Fidelis Andria. Come anche D’Errico (ha numeri importanti e a pieni polmoni farà la differenza) e Belli (terzino con buone virtù).
La sfida ai federiciani, gruppo di una squadra ripescata e come e peggio del Bari assemblata nel giro di pochi giorni oltre che in completa fase di strutturazione, lascia il tempo che trova. A patto, però, che si leggano ed interpretino i segnali pervenuti.
Che si faccia chiarezza sui tempi di assestamento fisico della squadra. Il contagio da Covid durante il ritiro in Trentino ha rappresentato un evento imprevisto, imponderabile. Di sicuro, un fattore condizionante sul piano della preparazione atletica e dell’affiatamento della truppa. Per quanto, nella serata di Coppa, il disegno tattico di Mignani sia comunque emerso in maniera alquanto netta. Il lavoro svolto una volta a Bari, almeno sotto il profilo del gioco, è un riscontro oggettivo. Adesso, bisogna solo comprendere quale sia il termine temporale perché il “salto” di preparazione a Storo non diventi il ritornello giustificativo che – a memoria – ha contraddistinto tutta l’annata passata.
Il 30 agosto inizia il campionato. Mancano sette giorni alla trasferta di Potenza. Simone Simeri, a caldo dopo la sconfitta contro la Fidelis, ha promesso che il Bari sarà diverso mettendo in conto cattiveria agonistica e forma fisica. L’augurio è che l’asticella generale si alzi di qualche percentile in più. Gli alibi temporali e motivazionali hanno un senso, ma pure una scadenza. Inutile fasciarsi la testa con giudizi trancianti dopo una partita il cui significato vale quanto il due di picche. Nell’anno della promozione dalla D alla C capitò la stessa cosa – sempre in casa e sempre in Coppa – col Bitonto.
Ma perché i corsi e i ricorsi storici abbiano un fondamento, conviene dare credito alle promesse. Questo per non rischiare che – con tutte le attenuanti del caso – la disaffezione del pubblico (una risposta così fredda di tifosi allo stadio non si registrava da una vita a queste latitudini) non si trasformi in un pericoloso e abitudinario allontanamento.

 

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