di Pierpaolo Paterno
La retrocessione del Bari in Serie C non è soltanto una disfatta sportiva. È il punto più basso di un’intera gestione societaria costruita sulla mediocrità elevata a sistema. Una miscela tossica di presunzione, arroganza, superficialità e incompetenza che, anno dopo anno, ha svuotato il Bari della sua identità, della sua ambizione e persino della sua dignità calcistica.
La differenza rispetto al fallimento del 2018 è enorme. Il Bari di Giancaspro crollò sotto il peso dei debiti e di una mancata ricapitalizzazione da tre milioni di euro. Fu un collasso economico. Drammatico, certo, ma almeno figlio di una crisi finanziaria conclamata. Il Bari della Filmauro, invece, precipita sul campo. Ed è infinitamente peggio. Perché questa retrocessione non nasce da un imprevisto, ma da una scelta precisa: vivacchiare, galleggiare, rinviare, gestire il Bari come una fastidiosa appendice di provincia anziché come una delle piazze più importanti del calcio italiano.
Il risultato finale è sotto gli occhi di tutti: una squadra senz’anima, costruita male, rattoppata peggio e affidata a decisioni spesso incomprensibili. Un progetto tecnico inesistente. Una programmazione mai davvero partita. Un continuo navigare a vista mascherato da prudenza societaria. E mentre il Bari affondava lentamente, da dentro il club arrivavano silenzi, alibi, scaricabarile e comunicazioni tardive. Mai una vera assunzione di responsabilità. Mai una parola forte. Mai un gesto capace di restituire alla piazza la percezione di una proprietà realmente coinvolta nel destino sportivo della squadra.
Emblematica, in questo senso, anche l’immagine di Luigi De Laurentiis nel post partita del “Druso”. Mentre Bari sprofondava nella vergogna sportiva più pesante degli ultimi decenni, il presidente ha scelto di allontanarsi rapidamente, evitando confronto, parole e assunzione pubblica di responsabilità. Una fuga che, agli occhi di una tifoseria ferita e umiliata, pesa forse quanto la retrocessione stessa. Perché nei momenti più drammatici una proprietà si misura anche dal coraggio di metterci la faccia. E invece, ancora una volta, il vuoto.
Eppure nel 2018 la città aveva creduto a quel progetto. Aveva accolto la Filmauro come la soluzione ideale per rinascere dopo il trauma del fallimento. I famosi “patti” stretti con Bari parlavano di competenza, solidità, programmazione, visione. Oggi quelle parole suonano come una clamorosa presa in giro. Perché proprio la competenza, sbandierata come valore distintivo, è stata completamente disintegrata dai fatti. Le scelte sportive degli ultimi anni raccontano una lunga sequenza di errori: dirigenti cambiati o affiancati senza logica, allenatori mai davvero sostenuti, mercati improvvisati, organici squilibrati, ambizioni ridimensionate fino a spegnersi del tutto.
La verità è durissima ma inevitabile: questo fallimento ha pochi precedenti nella storia sportiva del Bari. Non tanto per la retrocessione in sé, quanto per il modo in cui è maturata. Con distacco. Con freddezza. Quasi con indifferenza. Una lenta agonia consumata davanti ad una tifoseria che, nonostante tutto, ha continuato a riempire stadi, macinare chilometri, sostenere una maglia che la società non ha saputo onorare.
Ed è qui che il discorso smette di essere soltanto calcistico. Perché il Bari non è un’azienda qualunque e il calcio, in questa città, non è un semplice passatempo. Il Bari rappresenta economia, identità, appartenenza, indotto, immagine. La sua caduta trascina con sé entusiasmo, credibilità e passione popolare. Per questo adesso la città ha il diritto — forse persino il dovere — di reagire. In ogni sua componente. Le istituzioni, la politica, il tessuto imprenditoriale, l’opinione pubblica: tutti devono pretendere chiarezza, responsabilità e rispetto.
Perché Bari ha dato tutto. Ha dato fiducia. Ha dato pazienza. Ha dato amore incondizionato anche nei momenti più umilianti. Ora però Bari deve togliere. Togliere consenso, tolleranza e alibi a chi ha trasformato una delle piazze più vive del Sud in un simbolo di mediocrità gestionale. E pretendere finalmente una cosa semplice: che il Bari torni ad essere il Bari.