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IL LIMBO DEL SAN NICOLA E UNA PARTITA CHE NESSUNO PUÒ PERMETTERSI DI PERDERE

di Pierpaolo Paterno

C’è un dato che, in queste ore di tensione e incertezza sul futuro del Bari, rischia di essere oscurato dal dibattito politico e dalla comprensibile rabbia di una tifoseria esasperata: il Comune di Bari ha pubblicato un bando per la concessione quinquennale dello stadio San Nicola e a quel bando ha partecipato un solo soggetto. La SSC Bari. Non si tratta di un dettaglio secondario. È il punto centrale della vicenda. Dal punto di vista amministrativo e giuridico, infatti, il procedimento segue regole precise. La procedura pubblica avviata da Palazzo di Città, ai sensi dell’articolo 71 del Codice dei Contratti Pubblici, non è uno strumento politico, ma un procedimento amministrativo che deve concludersi secondo i principi di imparzialità, buon andamento e certezza del diritto. Se l’unico partecipante possiede i requisiti richiesti dal bando – e allo stato attuale non risultano elementi che possano far pensare il contrario – l’amministrazione è chiamata a concludere l’iter con l’aggiudicazione. Non si tratta di una facoltà, bensì di un obbligo derivante dalle stesse regole che il Comune ha scelto di adottare.

La circostanza assume un peso ancora maggiore se si considera che il bando era stato costruito prevedendo già l’eventualità della permanenza del Bari in Serie C, con un canone ridotto a 60 mila euro annui. In altre parole, il peggior scenario sportivo era già stato contemplato all’interno della procedura. Per questo motivo un’eventuale revoca in autotutela, motivata da sopravvenuti interessi pubblici, apparirebbe giuridicamente fragile e destinata a un contenzioso dall’esito tutt’altro che favorevole per il Comune. È lo stesso paradosso che era stato evidenziato nei mesi scorsi anche in Consiglio comunale. Lo stadio San Nicola, per caratteristiche strutturali, costi di gestione e destinazione d’uso, trova nella SSC Bari il suo naturale e sostanzialmente unico utilizzatore. Una realtà che rende particolarmente complesso immaginare soluzioni alternative.

Ed è qui che si innesta il livello politico della vicenda. Il sindaco Vito Leccese ha deciso di subordinare il rilascio della lettera di disponibilità dell’impianto alla richiesta di precise garanzie sul futuro societario del club. Garanzie che riguardano il percorso di cessione della società entro il 2028, la nomina di un management incaricato di accompagnare la transizione e la costituzione di un organismo di garanzia che assicuri trasparenza nei confronti della città. Richieste che possono apparire comprensibili sul piano politico e simbolico, soprattutto alla luce del deterioramento del rapporto tra la famiglia De Laurentiis e la piazza barese. Tuttavia, allo stato attuale, tali garanzie non risultano essere arrivate e non è stato ancora fissato nemmeno un incontro tra il sindaco e Luigi De Laurentiis.

Nel frattempo il tempo scorre. La società biancorossa ha provato a verificare soluzioni alternative. Altamura ha chiuso immediatamente la porta, con il sindaco Vitantonio Petronella che ha escluso la possibilità di ospitare il Bari per ragioni organizzative e di ordine pubblico. Monopoli, dal canto suo, è alle prese con lavori di ammodernamento dell’impianto e, attraverso il vicepresidente Francesco Tavano, ha fatto sapere che la questione barese deve essere risolta alla radice prima di qualsiasi ragionamento. Resta dunque il San Nicola. L’unica soluzione realmente praticabile. Eppure si continua a navigare in una sorta di terra di mezzo amministrativa e politica. Un limbo che rischia di trascinare la vicenda oltre la data del 16 giugno, termine entro il quale il Bari dovrà indicare alla Lega Pro l’impianto destinato a ospitare le gare della prossima stagione. È questo il vero elemento di preoccupazione. Perché se da una parte il sindaco rivendica il diritto-dovere di pretendere chiarezza sul futuro del club, dall’altra esiste la necessità di rispettare i tempi di una procedura amministrativa e le scadenze federali.

L’ipotesi di uno scontro legale, infatti, rappresenterebbe lo scenario peggiore per tutti. Un eventuale contenzioso potrebbe mettere seriamente a rischio l’iscrizione al campionato. E qualora la SSC Bari non riuscisse a completare l’iter federale, le conseguenze sarebbero devastanti: perdita del titolo sportivo, restituzione del medesimo alla FIGC e nascita di una nuova realtà calcistica costretta a ripartire dai dilettanti, senza alcuna garanzia di recuperare rapidamente il patrimonio sportivo accumulato negli anni. È una prospettiva che nessun tifoso vorrebbe nemmeno immaginare. Per questo la sensazione è che, al di là delle legittime contrapposizioni, sia arrivato il momento di distinguere il piano della battaglia politica da quello della tutela del patrimonio calcistico cittadino. La contestazione verso la proprietà può continuare. Le richieste di trasparenza sono legittime. Ma il rischio di trasformare una crisi di fiducia in una crisi istituzionale e sportiva è concreto. E quando sul tavolo c’è il futuro del Bari, il confine tra fermezza e pericolo diventa sottilissimo.

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