Dopo le notizie diffuse sull’inchiesta che coinvolge la proprietà del Bari, il dibattito si è rapidamente spostato sui social, dove non sono mancate interpretazioni spesso imprecise o parziali. Al di là delle contrapposizioni tra tifoserie (Napoli e Bari nella fattispecie), gli atti della Procura barese delineano un quadro accusatorio articolato su due filoni distinti, che meritano di essere analizzati separatamente.
Il primo riguarda l’ipotesi di false comunicazioni sociali e prende le mosse dall’operazione che ha portato il portiere Elia Caprile dal Bari al Napoli. Su questo punto è opportuno sgombrare il campo da un equivoco: agli indagati non viene contestata la valutazione economica attribuita al portiere. La Procura, infatti, non mette in discussione il prezzo fissato per il cartellino. Anzi, dagli atti emerge che la valutazione sarebbe stata supportata anche da una perizia tecnica predisposta da un professionista incaricato proprio per certificare il valore del calciatore. Una circostanza che, inevitabilmente, richiama alla memoria altri procedimenti calcistici nei quali il tema delle stime economiche dei giocatori aveva assunto un ruolo centrale. L’aspetto sul quale si concentra l’accusa sarebbe invece un altro. Secondo gli inquirenti, pur trovandosi il Bari in una situazione economico-finanziaria particolarmente delicata, la controllante Filmauro avrebbe rinunciato a inserire nell’accordo una percentuale sulla futura rivendita del giocatore. Una scelta che avrebbe consentito al Napoli di beneficiare integralmente dell’eventuale plusvalenza maturata negli anni successivi, privando invece il Bari di un possibile introito futuro.
Il secondo fronte dell’indagine è certamente quello più delicato e riguarda l’ipotesi di bancarotta fraudolenta, contestazione strettamente collegata alla richiesta di fallimento avanzata dalla Procura. Secondo la ricostruzione degli investigatori, il Bari avrebbe accumulato nel tempo perdite strutturali che oggi ammonterebbero a circa 30 milioni di euro. Una situazione che, nell’impostazione accusatoria, configurerebbe un modello gestionale non più compatibile con la normale prosecuzione dell’attività d’impresa, tanto da giustificare la richiesta di apertura della procedura fallimentare.
Naturalmente si tratta, allo stato, di contestazioni che dovranno essere vagliate nel contraddittorio processuale. La difesa dei De Laurentiis ha già respinto ogni addebito (ne parliamo in un articolo riportato a parte BARI E NAPOLI, LA REPLICA DEI DE LAURENTIIS: ESTERREFATTI DALLE CONTESTAZIONI, CHIARIREMO TUTTO – BariNrete), manifestando sorpresa per le accuse e ribadendo la correttezza del proprio operato. Sul piano dell’analisi economica, tuttavia, il caso ha riaperto anche una riflessione più ampia. Alcuni osservatori fanno notare come, all’interno di gruppi societari, la presenza di una società in perdita possa produrre effetti fiscali favorevoli attraverso il meccanismo del consolidato fiscale, consentendo di compensare utili e perdite tra le diverse società del gruppo. Da qui nasce, almeno sul piano delle ipotesi formulate nel dibattito pubblico, la domanda se il mantenimento del Bari all’interno dell’orbita Filmauro potesse rappresentare anche un interesse di natura fiscale.
Si tratta però di considerazioni che, allo stato, non fanno parte delle contestazioni formulate dalla Procura e restano esclusivamente oggetto di analisi e discussione. Saranno le indagini e l’eventuale processo a stabilire se vi siano state condotte penalmente rilevanti o se, invece, le accuse siano destinate a cadere. Al momento, dunque, il procedimento si fonda su due pilastri ben distinti: da un lato le modalità con cui sarebbe stata gestita l’operazione Caprile, dall’altro la sostenibilità economica della gestione del Bari negli ultimi anni. Due vicende diverse, accomunate soltanto dal fatto che entrambe saranno ora sottoposte al vaglio della magistratura.