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BARI UMILIATO E TRADITO: LA CITTA’ MERITA VERITÀ, NON SILENZI

di Pierpaolo Paterno

Il vaso non è pieno: è già traboccato. E quando l’acqua scende, porta con sé fango, amarezza e una sensazione di tradimento che nessuno, a Bari, riesce più a contenere. Perché una piazza del genere, un patrimonio umano e sportivo come quello biancorosso, non può essere lasciato alla deriva mentre la stagione cola a picco. Eppure è ciò che sta accadendo sotto gli occhi di tutti. La squadra affonda, il progetto si sfalda, le giornate passano e nessuno interviene. È un immobilismo che gela più del risultato di Carrara, più delle sconfitte, più della classifica. Non è solo un fallimento tecnico o gestionale: è la percezione amara che qui lo sport, quello vero, non sia più al centro. Il Bari è diventato un oggetto inanimato, ostaggio di logiche che non hanno nulla a che vedere con il campo, la passione, o il rispetto dovuto a un popolo innamorato.

E la domanda, adesso, non può più essere taciuta: come può una proprietà come Filmauro, che altrove costruisce, innova, cresce e vince, lasciar marcire un progetto in una piazza così grande? Come possono gli stessi uomini che da un quarto di secolo fanno nascere miracoli sportivi, ceduti, valorizzazioni, successi, limitarsi qui a un copy–paste disordinato, delegando l’intero orizzonte agonistico a dirigenti inesperti o fuori fuoco?

Non si chiedono miracoli: si pretende coerenza. Si pretende che Bari non sia un esperimento, una cavia da laboratorio, un bancomat emotivo per giochi che restano opachi. Perché oggi, a dispetto di ogni lettura benevola, non sembra più una semplice stagione nata male. Traspare qualcosa di più profondo, più inquietante: una volontà di tenere il club in ostaggio dentro un limbo, lontano dall’ambizione che merita e dalla dignità che esige.

Per questo l’indignazione non basta. Serve sapere. Serve trasparenza. Se il calcio non è più la priorità, se dietro c’è una partita diversa – economica, politica, societaria – Bari ha diritto di conoscerla. E se la proprietà non parla, se la società non spiega, allora è doveroso che si muovano le istituzioni, territoriali e nazionali, per fare luce. Non è la frustrazione di una sconfitta, né l’ira passeggera di un campionato sbagliato. È la difesa di un’identità. Ed è ciò che resta quando tutto il resto è stato calpestato.

LE SCELTE POLITICHE – Ma c’è un’ultima responsabilità che non può più essere messa sotto al tappeto. Nel 2018, quando il Bari fallì e fu necessario ripartire, la città – e chi la rappresentava – scelse di consegnare l’intero titolo sportivo, il destino del club e di un popolo, nelle mani della Filmauro. Una scelta che allora sembrò razionale, quasi obbligata, ma che oggi si rivela per ciò che è stata: una delega totale, senza contropesi, senza tutela, senza un paracadute politico o istituzionale.

Oggi chi prese quella decisione deve guardare in faccia la realtà: Bari è prigioniera di quella concessione incondizionata. Chi firmò, approvò, sostenne e celebrò quel passaggio non può limitarsi a osservare dal balcone mentre la squadra cola a picco. Non basta aver riempito conferenze stampa e comunicati di orgoglio quando la barca sembrava sicura: adesso, quando la nave imbarca acqua e la città affoga, quelle stesse figure sono chiamate a intervenire. Se la Filmauro non risponde, se la società resta muta, se il progetto evapora davanti ai nostri occhi, è compito di chi ha aperto la porta pretendere che venga ripagato il credito di fiducia. In caso contrario, deve trovare gli strumenti – politici, istituzionali, normativi – per correggere una scelta che oggi appare un errore storico. Perché un provvedimento può essere scellerato, ma continuare a difenderlo senza agire lo renderebbe imperdonabile. Il Bari appartiene alla sua gente. E chi ha contribuito a separarlo da essa, oggi, ha il dovere morale e politico di aiutarlo a tornare libero.

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