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BARI NELL’ABISSO, LE SCUSE TARDIVE DI LONGO NON CANCELLANO IL FALLIMENTO

Ventidue anni dopo Venezia, il Bari ripiomba nell’inferno della Serie C. E stavolta senza alibi, senza attenuanti, senza nemmeno la dignità di una reazione. Lo 0-0 del “Druso”, identico a quello dell’andata, è il manifesto perfetto della pochezza tecnica, caratteriale e societaria di una squadra incapace persino di lottare per salvarsi. Una morte lenta, annunciata, quasi accettata con rassegnazione da chi avrebbe dovuto guidare il Bari lontano dal baratro e invece lo ha accompagnato giù, metro dopo metro, fino al precipizio.

Retrocede una società vuota, senz’anima e senza visione. Retrocede la Filmauro, colpevole di aver trasformato una piazza passionale e ambiziosa in una dependance senz’identità, gestita tra superficialità, errori e silenzi imbarazzanti. Retrocede una dirigenza che ha sbagliato tutto ciò che poteva sbagliare: programmazione, mercato, comunicazione, scelte tecniche. Retrocede anche Moreno Longo, incapace di dare gioco, coraggio e personalità ad una squadra che nei momenti decisivi si è sciolta come neve al sole. Errori tattici, gestione discutibile dello spogliatoio, confusione continua: il tecnico ha responsabilità enormi in un fallimento che resterà tra i più umilianti della storia recente biancorossa.

E mentre in campo andava in scena uno spettacolo indegno, sugli spalti c’erano oltre seicento tifosi arrivati fino a Bolzano per sostenere una maglia che meritava ben altro rispetto. Sono loro gli unici salvati da questa vergogna sportiva. L’unico volto pulito dentro un disastro totale che travolge città, economia, entusiasmo e credibilità. Perché quando il Bari cade così, non retrocede soltanto una squadra: sprofonda un intero movimento calcistico che appartiene alla seconda città più importante del Sud Italia.

Adesso non bastano più i comunicati, le promesse o i silenzi strategici. Chi ha distrutto il Bari deve assumersi pubblicamente colpe e responsabilità. Metterci la faccia, almeno una volta, prima di sparire. Perché questa retrocessione non è un incidente di percorso: è il risultato di anni di mediocrità, arroganza e gestione indegna.

A più di un mese di distanza, torna a parlare Moreno Longo. Il tecnico, tra gli artefici della retrocessione, rompe un silenzio stampa imposto dalla società da Avellino in poi: “C’è poco da dire – dice – se non chiedere scusa a tutte le persone che hanno riversato verso di me le loro aspettative. Parlo dei tifosi che mi chiedevano di salvare il Bari e ci hanno sempre seguito. Ce l’ho messa tutta, ma non ce l’ho fatta. Volevo regalare un sogno alla città. Non ci sono riuscito. Sono qua a prendermi le responsabilità. Nessuno ne è esente. Separo i sette mesi precedenti e quattro con i miei. Nella mia gestione abbiamo girato come squadra da nono posto. Abbiamo ereditato una squadra con grandi problematiche e l’abbiamo resa viva e dignitosa. Con sette vittorie, 22 gol in 18 partite. Gli stessi punti del Modena e della Juve Stabia. In questi ultimi quattro mesi la squadra ha dato tutto quello che poteva”.

“Rifarei le scelte – continua Longo -. Avevamo un avversario molto fisico. Si è visto in occasione del gol annullato a Pecorino. Ho fatto degli errori, come tutti. Non trovo scuse. Ma credo che la squadra abbia attinto da tutto ciò che poteva. Ho scelto anche in base agli allenamenti. Col senno di poi, potevamo impiegare tutti e di più. Si poteva fare meglio. Le scuse sono dovute, perché Bari le merita. Ma non si può dire che la squadra non abbia lottato. Quando sono arrivato, non era nemmeno scontato che giocassimo i playout”.

Sul mercato di gennaio: “Sono arrivato a meno dieci giorni dalla fine del mercato. Una decina di giocatori non sono voluti venire. Ho un rammarico. Cioè di non essere arrivato prima. Abbiamo sempre provato, in tutti i modi, a restare in piedi. Usciamo senza perdere. Di fronte, c’era un avversario di valore. All’inizio del campionato, la società e il direttore hanno fatto scelte diverse”.

 

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